ICA Congress 2004, Vienna 23-29 agosto

Archivi letterari: una comparazione tra il modello Marbach e il modello IMEC. Completare le serie di corrispondenza con materiali secondari: si no?

Nel dibattito apertosi all’interno del comitato provvisorio ICA sugli archivi letterari, sono emersi due modelli principali di gestione: il modello tedesco, rappresentato in primis dall’archivio della letteratura tedesca (DLA), noto anche come Marbach, dal nome della cittadina natale di Schiller in cui ha sede, e il modello francese, che si identifica con il recente progetto dell’Imec, acronimo di Institut Memoire de l’Édition Contemporaine, enti che hanno avuto una genesi molto diversa.

Il DLA è una istituzione culturale antica, nata sul finire del 1800 per ospitare le carte e gli oggetti appartenuti a Goethe e Schiller. A questi autori se ne affiancano nel corso dei decenni altri provenienti dalla medesima regione in cui si trova Marbach e, dal 1952, gli archivi di alcune importanti case editrici. Nel 1955 si decide di concentrare a Marbach gli archivi letterari germanici, facendovi confluire le carte di numerosi autori del XX secolo, fondamentali per analizzare il periodo nazista, e riuscendo, faticosamente, ad acquisire anche gli archivi letterari della ex Germania dell’est.

Attualmente il DLA sta sviluppando anche un importante polo museale, con l’apertura di un nuovo padiglione prevista per il 2006.

L’Imec è invece il frutto di una iniziativa recente, tanto da essere definito dallo stesso direttore Olivier Corpet ancora un “progetto”, un “work in progress”. Nasce da una combinazione di archivi di autori, tutti del XX secolo e numerosi viventi, di case editrici e di ricercatori in materia letteraria.

Il concetto di “letteratura” viene inteso in senso ampio, comprendendo archivi rappresentativi di tutte le scienze umane, spesso corredati da collezioni di oggetti. Attualmente, la suggestiva abbazia normanna in cui ha sede l’IMEC ospita ca. 15 chilometri di documenti raccolti in 350 fondi, di cui il 50 % di case editrici come La Hachette e Flammarion.

L’Imec e il DLA differiscono principalmente per le politiche di acquisizione attuate dai due istituti di conservazione. Il DLA, infatti, cerca di acquisire la proprietà di tutte i fondi che accoglie e riordina, ricorrendo alla formula del deposito perenne, alla donazione o all’acquisto.

L’acquisto di archivi d’autore è un’operazione spesso difficile e molto costosa, per cui si cerca di evitare di partecipare alle aste antiquarie, in cui la concorrenza è accanita, e si preferisce contattare direttamente gli autori o i loro eredi, eventualmente ricorrendo a finanziamenti di provenienza privata nel caso di prezzi particolarmente elevati.

Il modello “tedesco”, rappresentato dal DLA o dall’Archivio Letterario Svizzero di Berna, accetta solo fondi formati da originali, e non ammette la presenza né l’utilizzo di riproduzioni (in particolare fotocopie), se non in casi eccezionali, riassunti come segue durante l’intervento di Franzisca Kolp, collaboratrice del Schweizerisches Literaturarchive Bern:

  • fotocopie inserite nel fondo dall’autore stesso
  • fondi donati dall’autore direttamente in fotocopia e di cui non esistono più gli originali
  • fotocopie di lettere d’autore presenti nel fondo della casa editrice: es. le fotocopie delle lettere di Paul Verlaine alla sua ultima amante, donate dall’autore stesso al suo editore, ed il cui copyright resta esclusivo degli originali conservati a Parigi
  • fotocopie provvisorie di documenti ancora in possesso degli eredi, in attesa della donazione definitiva degli originali
  • fotocopie di provenienza sconosciuta ma versate come parte integrante del fondo
  • fotocopie di documenti conservati da un’altra istituzione ma essenziali per comprendere il resto del fondo e che comunque non vengono messe a disposizione degli utenti.

Infine, per quanto riguarda i ricercatori, viene concesso un numero molto limitato di fotocopie, di cui poi si richiede la distruzione al termine della ricerca. Viene inoltre richiesto agli utenti di firmare l’accettazione del regolamento dell’archivio che li impegna a rispettare le leggi vigenti sulla privacy e il diritto d’autore, e a non fare un uso illecito delle riproduzioni messe a loro disposizione.

L’IMEC attua invece una politica di acquisizione opposta, accettando solo fondi in deposito. Si tratta di un deposito revocabile a discrezione del proprietario del fondo, il cui unico vincolo è quello di versare una quota annuale per la gestione e di lasciarne una copia a disposizione dell’Imec in caso decida di vendere ad altri gli originali o semplicemente preferisca recuperare il proprio archivio. L’Imec riconosce che si tratta di una formula in sé fragile, che tuttavia ha consentito di raccogliere in 15 anni fondi di eccezionale valore culturale e che, nel lungo periodo, sta maturando un saldo attivo tra i fondi che rimangono in gestione e quelli ritirati. L’Imec si impegna inoltre a cercare di completarne il più possibile le lacune, ricorrendo ad un sistema di prestiti con altri enti di conservazione o più semplicemente a copie, fornite da ricercatori che hanno riunito più materiale possibile su un autore, ex editori che hanno curato l’edizione di un’opera o dai vari corrispondenticon cui l’Imec si mette in contatto per richiederel’invio delle lettere scambiate con gli autori titolari dei fondi, siano esse in originale o in fotocopia.

Nei confronti degli utenti, l’Imec attua una politica abbastanza restrittiva, limitando l’accesso ai soli ricercatori e giornalisti “accreditati”, consentendo loro tuttavia una certa libertà di riproduzione e confidando nel solo vincolo al rispetto delle leggi nazionali sulla privacy e sul diritto d’autore, senza fare sottoscrivere ulteriori regolamenti interni.

Sia l’Imec sia il Marbach promuovono l’attività di studio interna, finanziando ogni anno numerose ricerche e pubblicazioni che affiancano l’attività di inventariazione, condotta dall’Imec anche sulle copie in mancanza degli originali.

Entrambi gli istituti sono due esperienze riuscite di riterritorializzazione degli archivi letterari di una nazione, destinati altrimenti a disperdersi in una costellazione di acquirenti privati, spesso stranieri e poco propensi a garantirne la fruizione pubblica, o di piccole e medie fondazioni, generalmente dotate di minori mezzi.

a cura di Valeria Ronchini

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