APPELLO ANAI - A rischio gli archivi ungheresi del periodo comunista

A S.E. Janos Balla,

Ambasciatore della Repubblica di Ungheria in Italia.

Via dei Villini 12, 00161 ROMA

Fax 06.440.3270

Roma, 14 marzo 2011

Signor Ambasciatore,

                                     Le scrivo in qualità di presidente dell'Associazione Nazionale Archivistica Italiana, per pregarla di voler trasmettere al Governo Ungherese testimonianza della preoccupazione suscitata negli archivisti italiani da recenti notizie di stampa concernenti la conservazione degli archivi prodotti durante il regime comunista.

Sembra infatti allo studio un provvedimento che consentirebbe la consegna agli interessati dei fascicoli contenenti documenti raccolti su di loro durante la dittatura. È facile prevedere che ciò porterebbe alla scomparsa di tali documenti come fonti storiche.

Qualcosa di simile avvenne occasionalmente in Italia in qualche ufficio periferico di polizia nella primavera del 1945, dopo la liberazione dal fascismo, ma le fonti essenziali furono ben custodite negli archivi del Ministero degli Interni e sono oggi all'Archivio Centrale dello Stato, dove - con le cautele previste dalla legge - possono essere consultate dagli storici.

Risalendo più indietro nel tempo si potrebbe citare il caso della Società Patriottica di Torino che, allarmata dal falò di antiche pergamene bruciate durante la festa davanti all' "Albero della libertà", invitò il Governo provvisorio repubblicano Piemontese (costituitosi nel dicembre 1798 a seguito dell'invasione francese) a non distruggere gli archivi dell'Antico Regime, per non cancellare le prove delle ingiustizie del sistema feudale e degli errori commessi del governo regio.

Certo il caso attuale è più complicato ancora.  Sappiamo bene come i fascicoli di polizia di una dittatura contengano notizie di estrema delicatezza, come ad esempio informazioni sulle delazioni che molte persone furono indotte a fare, anche contro propri familiari, per poi pentirsi amaramente di aver ceduto a quel clima di terrore. Peraltro merita rispetto ogni persona che voglia riscattare i propri errori con una condotta diversa. Si pensi alla politica "Verità e riconciliazione" del Sudafrica dopo la fine delle discriminazioni razziali.

Non spetta certo a noi archivisti proporre la soluzione ideale a problemi politici e morali così difficili.

Ma distruggere documenti, anziché costruire rigorosi criteri di consultazione, vuol dire rendere impossibile per sempre il diritto di una comunità a conoscere criticamente la verità sulla sua storia. È noto fra gli archivisti europei come sia stata giudicata esemplare la scelta operata dal governo federale tedesco dopo la riunificazione nel 1989: gli archivi della Stasi furono sottoposti a una stretta regolamentazione, ma scrupolosamente conservati.

Se gli archivisti italiani desiderano far presente queste loro preoccupazioni al Governo Ungherese è anche per la simpatia che lega da secoli due popoli che hanno a lungo lottato per la libertà. Come dimostra anche il monumento eretto nella mia città, Torino, al grande patriota magiaro Luigi Kossuth che pose il suo entusiasmo al servizio del Risorgimento italiano.

Voglia gradire con l'occasione, Signor Ambasciatore, l'espressione sincera dei miei migliori saluti.

Marco Carassi

Presidente dell'Associazione Nazionale Archivistica Italiana




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